Essaouira, Marocco, la perla del regno

In tempi di pandemia come questi, difficili e imprevedibili, i viaggi all’estero, per diletto, esperienza, vacanza, pare vadano accantonati per un po’, quindi viaggiamo con i ricordi, le immagini, le esperienze altrui e le pillole di diario come questa… buona lettura!

Chilometri di sabbia africana dove si incontrano gabbiani e donne che  raccolgono alghe per l’industria delle creme di bellezza.

La descrizione di una spiaggia che fa capolino solo con la bassa marea.

Quando, infatti, la marea è bassa e il mare si ritira docilmente lasciando spazio alla sabbia, appare in tutta la sua bellezza incontaminata, la vasta spiaggia a nord di Essaouira.

Qui, dove la sabbia è sottile e fine, color giallo oro, e dove il sole la infuoca ogni giorno, i gabbiani si posano sulle piccole dune, mentre le donne raccolgono, a riva, le alghe per l’industria cosmetica locale.

E sempre qui, siamo ad Essaouira, definita la perla del Regno. Un regno chiamato Marocco.

Piccola cittadina turistica, meta ambita per il suo caratteristico mercato, il dedalo di stradine, per i bastioni, alti e antichi, da cui si osservano le navi che entrano in porto e, nota anche, tra le varie attrattive, per i suoi mille – o forse più – gatti. Ingolositi dal pesce che le bancarelle dei pescatori mettono in mostra sulla battigia, abitata anche da numerosi gabbiani.

Essaouira, infatti, ha il potere di donare al visitatore una “memoria sonora”, ovvero il ricordo della “voce” dei gabbiani che volano bassi.

Allontanandosi dal centro, perdendosi un po’ nei villaggi locali, si arriva alla scogliera da cui si ammira questa suggestiva spiaggia.

Sembra la tavolozza di un pittore che miscela sapientemente i colori del sole in ogni granello, luminoso come un minuscolo diamante, a quelli verdi e azzurri che si riflettono nelle acque calme.

L’azzurro del cielo estivo marocchino e il verde cangiante delle alghe. Le onde che muoiono a riva le spingono sulla spiaggia con un movimento che somiglia ad una delicata danza. Si muovono in maniera sinuosa ed elegante, fino ad adagiarsi sul bagnasciuga.

Bloccate solo dalle raccoglitrici, attorno alle cui caviglie si annodano come bracciali della natura, che ne approfittano per prelevarle ed essiccarle.

Vestite come da usanze musulmane, le fanciulle, di cui resta scoperto solo il volto, trascorrono le giornate con la schiena chinata. Silenti nel compiere il loro lavoro.

Voci di gioco e risate lontane arrivano, invece, dal mare dove i ragazzini  nuotano e si tuffano nelle “piscine” che la marea crea.

Ma il tocco d’artista del pittore si riconosce nelle pennellate d’argento, o meglio negli spruzzi argentei sul mare, perché il mare non è mai di un unico colore.

La spiaggia si estende per molti chilometri mostrando qualche piccola insenatura che, quasi al  crepuscolo, quando il cielo si ammanta del rosso del tramonto, svanisce sommersa dalle acque. L’alta marea può cogliere impreparati e lasciare il viaggiatore che passeggia in questi luoghi fiabeschi, disorientato e costretto ad arrampicarsi sugli scogli per ritrovare la strada mangiata dal mare.

Essaouira è, senza dubbio, la perla più preziosa del Marocco, la più famosa delle città marocchine della costa atlantica. E lascia nella mente e nel cuore di chi l’abbandona, una tristezza palpabile, profonda come l’impronta del piede nella sabbia che, però non scompare quando l’onda la bagna.

“Invecchiare in campagna e in collina”: il nuovo studio del Centro Ricerche Cornaglia

Il libro “Invecchiare in campagna e in collina” è disponibile da scaricare dal sito del Centro Ricerche Cornaglia: è uno studio sull’invecchiamento della popolazione nell’Albese e nel Roero, suggerito dalla sua peculiarità orografica e dalla sua organizzazione. IMG_5386Il libro raccoglie numerose testimonianze di operatori del settore sanitario e socio-assistenziale e figure di riferimento del territorio, e una serie di interviste condotte dai colleghi giornalisti Gian Mario Ricciardi e Andrea Caglieris, rispettivamente direttore in pensione e attuale vice caporedattore della Rai Piemonte, oltre che dalla sottoscritta.

Clicca qui per leggere l’articolo di Francesca Sorrentino su Futura News “Invecchiare in campagna e collina”, presentato il volume del centro studi piemontese Cornaglia

Il sito del Centro Ricerche e Relazioni Cornaglia è www.centrocornaglia.org

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Un momento della presentazione all’ASL CN2: da sinistra Adriana Riccomagno, il direttore del Centro Cornaglia Dario Bracco, Gian Mario Ricciardi e il vescovo di Alba Marco Brunetti

Etiopia, la tradizionale cerimonia del caffè berekha

In un momento difficile e incerto come l’attuale, dovuto alla pandemia Covid19 in corso, ti offro, sperando di allietarti un po’, una breve lettura leggera, fatta di curiosità, di passione per il viaggio e di sguardi verso terre lontane.

Corno d’Africa, terra dal fascino millenario e dalle ancestrali usanze, così diverse dalle nostre e, a tratti, così simili. Un viaggio alla scoperta delle tradizioni di un popolo.

Paese che vai, usanze che trovi. Recita così un vecchio detto, buono per ogni occasione. E la nostra occasione è offerta da una fumante tazzina di caffè. In Etiopia, terra del corno africano, diversamente dal nostro Paese e dall’Europa in generale, l’usanza di bere il caffè è più di un semplice gesto frettoloso compiuto la mattina, magari al bar, prima di andare al lavoro.

In un mondo completamente diverso da quello a cui siamo abituati, anche questo semplice gesto assume un significato particolare. Ed ecco che il chicco diventa protagonista di un’occasione da non perdere.

Qui, la cerimonia del caffè, nero, bollente e abbondante, è sinonimo di ospitalità, un segno di amicizia e di rispetto, sia che l’ospite venga invitato da un etiope nella propria abitazione, casa o capanna, sia che si rechi in un qualsiasi locale che pratichi questa tradizione.

Una volta entrati in uno dei localini, è come valicare il portale verso un luogo sconosciuto fatto di lentezza e di aromi profumati. Di solito, il pavimento grezzo e non piastrellato del locale, è cosparso di erba fresca a rappresentare la natura, ma anche come buon auspicio. Scelto il proprio tavolo, è molto probabile che sia una giovanissima etiope ad accogliervi e a preparare l’agognata bevanda.

Tutto inizia bruciando dell’incenso dal profumo intenso in un incensiere di coccio accanto al quale la giovane, a mani nude, lava i chicchi bianchi di caffè in una ciotola. A lavaggio ultimato, li tosta in una padellina posta su un piccolo braciere e quando il fumo inizia ad inebriarsi nell’aria, cortesia e consuetudine vogliono che venga sospinto, con il fiato, verso il cliente o l’ospite, in modo che possa assaporarne gli aromatici effluvi.

Una volta pronto, il caffè viene servito in tazzine senza manico, versato da una piccola brocca scura dalla forma tondeggiante e dal collo sottile. Ogni tazza viene sempre riempita fino all’orlo. Lo zucchero è offerto a parte.

A tal punto si inizia a sorseggiare. Piano piano. E’ un rito che va gustato attimo dopo attimo e che, di solito dura dai trenta minuti all’ora intera. Il sapore è molto simile al caffè nostrano, forse un po’ più leggero, ma ugualmente gustoso ed è buona cosa berne almeno tre tazze, in quanto la terza è la cosiddetta tazza berekha, ovvero quella della benedizione.

A rito terminato, meglio non stupirsi troppo se la ragazza che ritira le tazzine procede a lavarle alla maniera locale, cioè sciacquandole in una bacinella d’acqua fredda e riciclata per poi riporle sul vassoio fino al successivo caffè. 

Cosa hanno ancora da dirci le piccole donne

Non era facile riportare sullo schermo un nuovo adattamento di un classico della letteratura americana come Piccole donne. Il ciclo di romanzi di Louisa May Alcott, pubblicati tra il 1868 e il 1869, racconta le vicissitudini delle quattro sorelle March e della loro madre durante la guerra di secessione americana. Le ragazze dovranno affrontare nel corso della narrazione tutti i problemi quotidiani delle donne dell’800, dalla sfera matrimoniale all’indipendenza economica, mentre aspettano il ritorno del padre impegnato al fronte.

Da sempre amato dal pubblico, il romanzo è già stato adattato al cinema e in televisione innumerevoli volte, con risultati più o meno memorabili. In un momento difficile per il cinema Hollywoodiano, sempre più criticato per la mancanza di idee originali e per il ricorso smodato ai remake, il film di Greta Gerwig riesce a distinguersi per la propria originalità. Attraverso un attento lavoro di sceneggiatura, che si prende qualche libertà rispetto all’opera originale, la Gerwig è riuscita a parlare della condizione delle donne di oggi attraverso una storia ambientata a metà del 1800. Un’operazione di svecchiamento del libro della Alcott sicuramente ben riuscita, che vede al lavoro anche un cast e una produzione tutta al femminile. Le Piccole Donne di Greta Gerwig riescono ad essere delle eroine moderne, attuali e senza tempo, anche nel 2020.

A dare il volto alle quattro protagoniste del film un cast di eccellenza: Saoirse Ronan nel ruolo di Jo, Florence Pugh in quello di Amy, Emma Watson interpreta la sorella maggiore Meg, ed Eliza Scanlen la piccola Beth. Accanto a loro anche il premio Oscar Maryl Streep nel ruolo della vecchia Zia March e Laura Dern che interpreta la matriarca Marmee. Se le ambientazioni e i costumi sono tra le più classiche del genere, non si può dire lo stesso per i personaggi, rimodellati secondo le esigenze della regista, ma non snaturati nel loro messaggio di fondo. Il film non segue un andamento cronologico lineare, a differenza del romanzo, e si apre con una Jo già adulta che sta inseguendo il suo sogno di diventare una scrittrice e si mantiene da sola facendo l’insegnante a New York. A questo filone narrativo si alternano diversi flashback del passato, attraverso i quali vengono messi in scena i momenti salienti del romanzo cari ai lettori. Il Natale in casa March, il matrimonio di Meg e il rifiuto di Jo di sposare Laurie.

L’elemento forse più originale in questa trasposizione della Gerwig resta però l’aver dato voce alle idee e alle convinzioni più profonde della Alcott, attraverso alcuni aggiustamenti di trama. Jo è sempre stata l’alter ego della scrittrice, molti elementi della sua biografia rivivono anche nel personaggio. Nel film trovano infatti ampio spazio le difficoltà editoriali che la Alcott ha dovuto affrontare per vedere la sua opera pubblicata. Per accontentare il proprio editore, preoccupato che i romanzi potessero turbare gli equilibri sociali dell’epoca e dare un messaggio sbagliato alle giovani lettrici, decise di cambiare il destino di Jo. Anche la sorella ribelle alla fine cede alle lusinghe del matrimonio innamorandosi del professore di filosofia Fritz Bhaer.

Donando maggior contemporaneità allo sviluppo delle sorelle March e alla loro ribellione in un contesto storico diverso dal nostro, Greta Gerwig riesce a far percepire allo spettatore quanto queste donne siano rivoluzionarie e quanto abbiano dovuto lottare per affermarsi in un contesto rigidamente patriarcale. Una situazione ben nota anche alle donne di oggi. I tempi cambiano ma la pressione sociale esercitata sulla vita e sul corpo delle donne rimane la stessa. Alla luce del Me Too e delle rivendicazioni per la parità di genere, non ancora raggiunta dopo decenni di femminismo, questa chiave di lettura adottata dalla regista assume un’importanza diversa. Le donne hanno il diritto di affermarsi come individui autonomi e devono potersi affrancare, oggi come allora, dagli obblighi sociali se questo pregiudica la loro felicità.

Ma il prezzo e lo stigma che una rivendicazione del genere comporta resta la solitudine. E Jo esprime tutta la sua frustrazione con una battuta nel film: “But i’m so lonley”, per sottolineare come nell’America dell’800 le donne fossero definite solo dalla bellezza e dall’amore, e non dal loro talento e dalla loro intelligenza. Il film sottolinea con delicatezza questo dualismo: tra la paura di restare sole, e la voglia di affermarsi ed essere libere. Se nel romanzo anche Jo cede e si sposa, il finale del film sembra chiudere un cerchio. Greta Gerwig completa idealmente il lavoro della Alcott donando alla sua eroina il finale che la scrittrice avrebbe voluto mettere su carta, ma che non ha mai potuto realizzare per la mentalità dell’epoca. In una delle ultime scene Jo è fuori dalla tipografia, e mentre le rotative sono al lavoro, lei stringe tra le mani una copia del suo romanzo abbracciandola e guardandola come un figlio.

Nel palmeto più grande d’Europa

Nei pressi di Alicante, nel sud della penisola iberica, una città vanta uno straordinario primato. Un immenso palmeto su cui è cresciuta e a cui deve parte della sua economia.

A sud di Alicante, nella parte più meridionale della Spagna, si trova una caratteristica cittadina bagnata dal fiume Vinalopò, unica nel suo genere, esotica, molto antica, addolcita da una scenografia surreale.

È Elche, ovvero il palmeto più grande d’Europa. Un vasto, suggestivo palmeto spagnolo, patrimonio Unesco. Svettanti alberi, sinuosi, leggiadri, dai tronchi così sottili da sembrare danzare al primo afflato di vento e con una folta “capigliatura”, alta sulla loro sommità da farli apparire come danzatrici che si piegano, da un lato o dall’altro, senza spezzarsi.

Le palme, originariamente piantate dai Mori, si trovano ovunque in questa località, integrate in ogni dove, in ogni anfratto, ma sono ben visibili nella parte più esterna della cittadina.

Attraggono viaggiatori, turisti e anche commercianti, in quanto questi alberi sono prodighi dei loro frutti, i datteri, e le fronde vengono utilizzate durante le processioni religiose cristiane, come la domenica delle Palme.

L’immenso palmeto vanta il primato di essere unico in tutta Europa con palme di tipo iraniano, tropicale e di altre specie ancora. Forse su di esse veglia “La Dama di Elche”, un busto femminile in pietra, scoperto nel 1897 e che oggi si trova esposto al museo archeologico madrileno.

Non si contano le palme, tanto sono numerose. Sembra di essere immersi nella vegetazione, sebbene in piena città. Palme, palme, e ancora palme. Lo sguardo si perde ad osservarle. Di ogni dimensione, di ogni forma. Alberi giovani e vecchi si alternano in questo enorme eden. Alcuni hanno trecento anni, circa. Persino, l’arredo urbanistico, ai lati delle carreggiate stradali, è abbellito da piccole palme e i negozi, naturalmente offrono souvenirs a forma di palma.

Poco distanti dal centro, si disegnano chilometri e chilometri di spiagge dalle alte dune il cui colore giallo oro si fonde con il verde degli alberi, dei pini. Questa terra è una macchia di colore, vivace, intenso, amabile.

Il clima favorisce ogni tipo di attività all’aria aperta. Mite, dolce, squisitamente mediterraneo.

Injera, piatto della convivialità etiope

Impossibile dimenticarne il sapore, questa tipica pietanza del Corno d’Africa pretende d’esser ricordata. 

Ha un sapore leggermente acidulo, un aspetto che rammenta vagamente una grossa crêpe grigia, spugnosa, bucherellata, morbida, che si sposa benissimo con ogni sorta di cibo piccante. Piccantissimo. È l’injera. Tipica pietanza etiope, caratteristica dell’Africa orientale. Il suo gusto è insolito, talmente tanto che, a volte servono più assaggi per comprenderlo. E non esiste altro luogo in cui mangiarla. È, infatti, realizzata con un particolare cereale dai piccolissimi chicchi simile al miglio, chiamato teff, endemico degli altipiani dell’Abissinia, storica Etiopia. Le donne la preparano praticamente sempre. Imparano sin da bambine. L’impasto, privo di lievito, fatta eccezione per quello naturale presente nel teff, deve risposare per un paio di giorni. Viene poi deposto su una piastra circolare per la cottura. Una piastra ardente, dall’aspetto grezzo e difficilmente pulita.

È un’operazione che, nella maggior parte delle case etiopi, si pratica all’aperto in mezzo al cortile, tra capre e galline. A cottura ultimata, l’injera si nasconde sotto un leggerissimo coperchio ampio, realizzato con argilla, paglia e sterco di animale. Va servita fredda. È poi adagiata in una sorta di vassoio molto grande di cui occupa tutto lo spazio, all’interno del mesob, un colorato supporto di paglia intrecciata. L’injera funge, in pratica, da piatto essa stessa e ospita le altre pietanze. Wot, ovvero spezzatino di carne, verdure, uova, formaggio, pollo. Immancabili le salse speziate. La cucina etiope è un omaggio al peperoncino, al piccante. E l’injera “attutisce il colpo” inferto alle proprie papille gustative dalle infernali cremine color porpora. Di solito, viene offerta anche arrotolata, accanto alle varie porzioni di cibo. È un momento di comunione quello del pranzo, che inizia poco prima che l’injera sia servita, quando la padrona di casa o la cameriera porta a tavola una bacinella, una brocca con dell’acqua e qualche tovaglietta per le mani. Ci si lava per prepararsi al pasto. In alcuni casi, le mani dell’ospite vengono lavate da chi serve e, solo se questi è anziano, è bene alzarsi, durante il lavaggio, per rispetto. L’injera va consumata senza posate e tutti i commensali mangiano nel medesimo piatto. Ognuno stacca un pezzetto di injera, con una sorta di fazzoletto e, poggiando l’injera sulla carne già tagliata, la raccoglie tenendola stretta tra le dita. Assolutamente unte.


Storia di due gatti e della loro umana!

La pacifica convivenza umano-felina è basata su un principio tanto semplice quanto indispensabile: l’accettazione incondizionata, da parte dell’umano, di essere ospiti in casa propria. Ospiti del gatto o, peggio dei gatti che hanno scelto (eh si, perché scelgono loro) di vivere con noi! Una volta rassegnati a questa idea, tutto il resto vien da sé e ci si rintana in uno spazietto dell’abitazione, grati di poterne usufruire quasi del tutto. La condizione sine qua no è lo stato della pappa. Che dire, l’uomo si fa la cuccia. Il gatto la governa.

Umana: Ora di colazione. Lascio la mia tazza di latte freddo, incustodita, accanto al microonde per scaldarla, poi la mia baby gatta rossa di pochi mesi, mi distrae facendo qualche smorfietta delle sue e rotolandosi sul pavimento, così mi volto verso di lei. Grande errore! Dopo 3 secondi netti, alle mie spalle sento clap, clap… insospettita mi volto e… l’altro gatto, con i suoi 7 kg di pelo, bello come il sole, è saltato sul mobiletto, proprio quello accanto al microonde, ha infilato il suo musetto bianco e nero nella tazza e si sta scofanando, tutto soddisfatto, il latte! Sono quasi sicura che la gatta gli abbia fatto da palo!  

Gatto: Ora di pappa. Sempre ora di pappa. La mia umana è distratta e io ne approfitto. Lascia la sua tazza di latte freddo, incustodita, accanto al microonde per scaldarla. E adesso vado all’attacco, ma devo farlo con astuzia e velocità, altrimenti mi scopre e addio al misfatto. Ora corrompo quell’altra… quella piccola e rossa quadrupede che hanno portato a casa senza il mio permesso, dopo dieci anni di serena vita da solo. Già che c’è, meglio che dia una mano, almeno serve. Mi basta uno sguardo felino e il nostro piano strategico è già pronto anche se so che, poi le devo un favore. Lei attira l’attenzione dell’umana con qualche miagolio e, nel frattempo io, non proprio agilmente, viste le dimensioni da… come dire… diversamente magro, mi precipito sul mobiletto. Raggiungo la tazza accanto al microonde e… via verso la Via Lattea. Una leccata dopo l’altra e il mio muso è bello bianco. Poi l’umana si volta verso di me… Una sgridata, ma tanto a quelle ci sono abituato, e tutto è finito. Non il latte, però. Non ha voluto lasciarmelo. Dice che il medico le ha detto che mi fa male. Devo stare a dieta… ho le ossa un po’ grandi! 

Umana: Ho una gatta illetterata. E’ lì, sul davanzale in marmo della finestra, riscaldato dal termosifone sottostante e dal sole che filtra dai vetri, bella sdraiata quando, nonostante abbia tutto lo spazio possibile, visto che è minuta, decide che i libri che ho incautamente appoggiato proprio sul davanzale, non le garbino, magari non apprezza gli argomenti o le copertine non sono di suo gradimento… sta di fatto che, con un semplice, rapido gesto della sua zampina santa, li butta giù, dritti sul pavimento. Il tonfo mi fa sussultare, mentre lei, soddisfatta, è a pancia all’aria…

Gatto: La mia umana è sempre lì che legge, chiude e apre libri, ma poi perché, visto che non si mangiano? Ad ogni modo, stamane, dopo tanto correre su e giù per le scale (io tengo alla mia linea, mica come quell’altro coinquilino che occupa ¾ della nostra cuccia) decido di riposarmi. Ah, in fondo il riposo ammorbidisce il pelo, così mi sdraio sul davanzale che, non so perché d’inverno è bello caldo e d’estate si rinfresca, comunque sono qui comoda comoda, quando mi accorgo che le mie zampe posteriori poggiano proprio su una pila di tre libri. Ma dico, si lasciano i libri sul davanzale? Proprio dove voglio mettermi io? Direi di no, così pensando che anche lei, la mia umana che – in fondo diciamolo ha un debole per me – avrebbe voluto spostare i libri, l’agevolo. Un sol colpo di zampa e via… i libri sono sul pavimento. Che fragore (ho fatto le scuole alte, perciò non meravigliamoci se conosco certi termini)! Ma lei mica mi ringrazia del mio sollecito, né nota l’agilità con cui mi libero dei libri! No, lei dice solo: “Non si fa”. Lo dice spesso, ma non ho ben capito che significhi. Forse le piace il suono. L’importante è che io possa stendere le mie zampine su tutto il davanzale, senza fastidi!

Umana: Mattina. Sento un rumore che riconosco… è il mio gatto che, con i suoi 7, 8 kg di pelo e leggiadria, sta combinando qualcosa. Vado a controllare chiedendomi cosa abbia escogitato stavolta la sua mente felina instancabile… Lo vedo… è lì, felice come una pasqua che cerca di bucare la confezione di plastica delle sue crocchette! Ebbene si, dopo aver dimenticato l’anta aperta del mobiletto dove si conserva la sua pappa, lui, bello bello, ci ha infilato il muso, ha trascinato fuori la confezione (da 5 kg integra) per 4, 5 metri e si è messo d’impegno per aprirla bucandola con i denti, come ha già fatto una volta (è pure recidivo!). Sono arrivata prima che riuscisse nell’intento e quando ho ripreso possesso della confezione, mi ha guardata come per dire: “e allora? dovevi solo chiudere l’armadietto”. E… aveva pure già mangiato prima del “furto”!

Gatto: Che dire! ho ancora un po’ di fame, dopo la prima pappa della giornata. Si sa, devo crescere! Vado in dispensa, trovo, con mia sorpresa, il mobiletto dove si conserva la pappa aperto, anzi spalancato, ma la confezione di crocche è chiusa. Una situazione non facile, ma che io sono perfettamente in grado di affrontare, così, con i miei dentini affilati (tutto merito delle crocchette) trascino la pappa fuori dal mobiletto. La porto sul pavimento e mi metto d’impegno per aprirla. Eureka! La buco. Astuto come James Bond, scaltro come Arsenio Lupen! Ma, proprio sul più bello, quando sto per sbafarmi tutto quello che desidero (alla faccia della dieta e delle analisi del veterinario!) arriva lei! Solita storia. Rimprovero. Poi il “non si fa” e crocche chiuse sotto chiave!

Umana: Una sera, finita la cena, mi appresto a sparecchiare, lascio sul tavolo il mio piatto di brodo di carne e verdure (quasi vuoto) e mi volto verso il lavandino. Poi, con le spalle alla tavola, sento il consueto clap clap continuo, una specie di “risucchio con leccata”, mi volto ed… eccolo lì, con tutta la sua faccia tosta (pardon muso), il mio gatto, sempre con i suoi svariati kg di leggiadria e la pancia già piena delle crocchette, si sta degustando il brodo dal piatto e lecca, lecca, lecca… gli piace proprio… Ma dico io, pure il brodo gli piace? Va bene che poi fa tanta plin plin!

Gatto: La tavola dei miei umani è quasi vuota, ma i loro piatti emanano ancora un buon profumino. Il mio fiuto non m’inganna, sento della carne. Si, è vero, avverto pure la verdura, ma è alla carne che miro così, mentre l’umana è intenta a sparecchiare mi precipito sulla tavola. Con uno slancio incredibile, porta la mia pancia in dirittura del brodo. A dire il vero, il mio muso e mi ci fiondo dentro a pieni baffi. Certo, c’è ben poco nel piatto. Questi umani sono proprio ingordi! Ah, inutile dire che, appena l’umana se n’è accorta, mi sono sentito gridare il solito: “non si fa”, ma ormai era già fatto!

Umana: Colazione. Mangio yogurt alla frutta. In piedi, altrimenti i miei gatti, specie quello adulto che va per i 10 anni, mi salta sulle gambe e lo pretende. Adora lo yogurt. Una volta che il vasetto è vuoto, lui mi guarda con occhioni tristi e io, bipede impietosita, mi chino verso di lui e glielo faccio leccare. Infila il musetto nel vasetto e lecca. Lecca, si… ma, il musetto non raggiunge il fondo del vasetto di yogurt, così, stanco di farsi strada, senza successo, con il muso, infila una zampetta nel contenitore di plastica, la sporca ben bene del residuo dello yogurt e poi, tutto soddisfatto, se la lecca! Un genio del male!

Gatto: Eccola lì pronta a fare colazione. Parlo della mia bipede che stamane decide di concedersi uno yogurt. Dice che è per tenersi in forma… però alla mia forma non ci pensa abbastanza. Si, lo so, è una forma tonda, ma sempre forma è, no? Sta di fatto che io, dopo aver mangiato le mie crocche, ho proprio voglia di leccarmi quel vasetto. Ora mi metto davanti a lei, immobile, con lo sguardo tenerone e aspetto. Aspetto. Aspetto, ma qui aspetto ancora e lo yogurt sta finendo! Miaoooo, yogurt! Oh, pare che, finalmente mi abbia sentito. Si china verso di me e mi avvicina il vasetto. Era ora, mi ci tuffo dentro. Si, vabbè, tuffare magari no. Sti vasetti li fanno proprio così stretti, non entro con il muso e, allora meglio usare la zampetta. Insomma, w l’ingegno.

Umana: Terremoto. Ecco qui una scossa sismica. Trema la terra e all’ora x, quando, in teoria, gli animali dovrebbero avvertire il movimento del pianeta, agitarsi o mostrare ansia, il mio gatto, quello adulto, è a pancia all’aria, sdraiato sul davanzale della finestra, a godersi il sole che filtra… e quando, ad un certo punto, è scattato dritto in piedi, ho pensato… ecco ha avvertito il sisma… e invece, miagola dirigendosi verso la ciotola. Vuole mangiare… altro che scossa… con quella mica ci si riempie la pancia!

Gatto: Oddio, eccolo il tremore. Deve essere quello che chiamano terremoto e per cui si spaventano tutti, anche al più piccolo sussulto. La mia umana si aspetta che mi agiti, che lo preveda… ma mica sono Hudinì. Io le previsioni alla Nostradamus non le so fare e poi ho fame. Il terremoto passa, la fama resta! Quasi, quasi ora reclamo la pappa, meglio dirigersi verso la ciotola, così lei, invece di pensare alla scossa, capisce che è ora di crocche.

Umana: Notte. Avverto un rumore in cucina, la caduta del coperchio del bidone dei rifiuti e qualcuno che scava. Capisco subito! E’ lui. Il gatto di famiglia (l’altra, la piccola rossa dorme beata sul letto) che non è proprio un fiore di leggerezza, e cerca, in perfetto stile clochard, di rovistare tra i rifiuti (dopo aver mangiato la sua razione di crocche) per uno spuntino notturno! Troppo assonnata, rinuncio a verificare la situazione e torno a dormire. Dopo qualche ora, assalita dalla sete, vado in cucina e trovo sul pavimento – e pure in bella mostra – una busta vuota di formaggio grattugiato (scaduto e, quindi gettato) con quel po’ di formaggio rimasto, tutto sparso sulle piastrelle… L’epilogo è ovvio! Però deve averne mangiato poco. Non era parmigiano reggiano… e lui ha un palato troppo fine per accontentarsi di meno.

Gatto: La casa è immersa nel silenzio. Deve essere notte, quando tutti dormono. Chissà perché dormono solo di notte. Io, quando ho sonno, mi appisolo ovunque. Ho ancora un leggero languorino dopo la cena, quasi quasi mi dirigo verso quel secchio dove la mia umana getta cose che odorano di cibo. Si, si, ho deciso. Apro il secchio e sbircio dentro, magari c’è qualcosa di succulento. Scaravento sul pavimento il coperchio del cestino e inizio il mio lavoro di gatto-cercatore. Forse in un’altra vita facevo lo speleologo!  Uhm, c’è qualcosa… una confezione di formaggio, avverto l’odore. Annuso bene. Riannuso, sniffo, lecco. Ahi… stavolta non ha comprato quello buono, meglio lasciar perdere. Giro le zampe, me ne vado, preferisco dormirci su.

Umana: Mattina. Mi sveglio a causa di un rumore insolito. E quando in casa mia i rumori sono insoliti, vuol dire che qualcuno ci ha messo la zampa. Letteralmente. E quel qualcuno miagola, pesa tanto ed è peloso. Mi alzo e vado a controllare, già temendo il misfatto. Ed è lì. Il misfatto! Accanto al balcone a godere della luce solare e davanti a lui, miseramente a terra, terriccio e piantina. Ho collocato, su un piccolo ripiano, una bella pianta grassa in vaso per evitare che, d’inverno, all’esterno patisca il freddo, ma – ahime’ – non ho pensato che, all’interno, patisca il gatto che, non avendo il pollice verde (a dire il vero nemmeno il pollice), invece di lasciarla in pace, ha deciso di cambiarle posto. Con una zampata, l’ha scaraventata a terra. Povera pianta. Dopo averla soccorsa, ho deciso di metterla su un altro ripiano, stavolta in alto dove una zampa maldestra non arrivi!

Gatto: Ho voglia di un po’ di sole, mi appollaio accanto al balcone a godermi la luce e la giornata. Niente e nessuno mi può infastidire. Niente tranne quella pianta. C’è un vasetto con una strana pianta obesa… no, forse qui la chiamano grassa ma, secondo me solo per non offenderla, che mi fa un po’ di ombra e non è proprio il caso. Ora sai che faccio? La sposto! Si, si credo che il posto migliore sia un po’ più in là…

Umana: E’ venuta a trovarmi mia sorella. Lei, che non ama molto i gatti ed è pure allergia al loro pelo, se ne sta ben distante dai due padroni felini di casa. Lei sta distante, ma loro no! Loro sanno quando possono entrare in scena e dare il meglio di sé. E proprio quando mia sorella, povera incauta e ignara del suo destino, sta per entrare in una stanza, la gatta piccola e rossa, col suo musetto dolce che mai farebbe pensare ad una carogna in miniatura, si nasconde dietro la porta e quando la vittima prescelta passa… zamp… ecco che le salta al collo e le si attacca in faccia a mo’ di polipo! Risultato, mia sorella terrorizzata sternutisce scappando dalla gatta!

Gatto: Uhm, è arrivata un’altra umana, è quella che somiglia alla mia. Dice che hanno gli stessi occhi ma questa, però non mi riempie la ciotola, anzi quando mi avvicino a lei inizia a sternutire! È un po’ ridicola. Già che ci sono cerco di fare amicizia con lei, in fondo viene ogni tanto e la mia umana le vuole bene, posso anche fare uno sforzo, no? Vabbè, facciamo così, appena esce dalla stanza le salto in braccio per farle tante fusa, così è contenta. Eccola, sta per uscire. Pronti, partenza, viaaa… triplo salto con avvitamento e voilà.. Ops, ho sbagliato, sono atterrata sulla faccia, bè poco male! Ma non capisco, lei urla come una pazza, forse non apprezza gesti di amicizia. Se è così, perde lei! Questi umani… gli dai una zampina e si prendono tutto il resto.

Umana: Notte. Stanca, me ne vado a dormire sprofondando tra le braccia di Morfeo. Con la testa appoggiata sul cuscino e i capelli, lunghi, che scivolano sulla sponda del letto mi rilasso. Sono serena e addormentata. Va tutto bene, fino a quando, all’improvviso… eccola: una tirata di capelli in pieno stile. Eh si, perché la mia piccola gatta rossa, amante di tutto ciò che penzola, scopre ogni giorno un nuovo gioco e oggi è la volta del “dondolo tricologico”. Si appende, letteralmente, alle ciocche dei capelli quasi a voler imitare Tarzan quando afferra una liana!

Gatto: Notte, profonda e scura, ma io al buio vedo benissimo. Tutti quelli della casa stanno dormendo. Io passeggio. Finalmente, posso camminare da una stanza all’altra senza essere disturbata. Me la godo, quando noto la porta della camera da letto aperta, così entro e… guarda guarda che vedo… la mia umana è sdraiata sul letto con i capelli che le pendono dal cuscino. Deve averli lasciati lì per me. Che carina, forse ha pensato che, in tal modo io possa avere un supporto per raggiungere il materasso e accoccolarmi accanto a lei. Si, deve essere così e allora… mi tuffoooo… eccomi che inizio. Zampetta dopo zampetta, mi arrampico sui capelli e in uno schizzo sono già sopra. La notte, però è interrotta da un urlo agghiacciante. Il suo! Me ne vado sentendo la solita frase alle mie spalle: “non si fa”! ormai, è diventato un mantra.