Memorie dal presente: “Bucare il confine” di Gabriele Proglio

«Io sono Hamid», così si presenta. «Vengo dall’Eritrea e voglio andare a Parigi, da mia mamma». In poche parole, racconta la sua condizione di sospensione lungo quella frontiera, il suo essere in diaspora e la volontà di arrivare dall’altra parte. «È quasi un anno che sono in viaggio, ho visto il deserto, la Libia, il mare», poi, dopo aver snocciolato una storia che appare un’odissea, scopre una palla, sotto il tavolo, e inizia a giocare. Guardo Samir che mi dice: «Sai, ha imparato a parlare italiano perfettamente. Ma sa anche l’arabo, il francese, l’inglese e ovviamente l’amarico».

da “Bucare il confine. Storie dalla frontiera di Ventimiglia” (Mondadori Education), di Gabriele Proglio

Il tema è molto attuale, anche se pare che dalla vicenda ci siamo un po’ distratti, perché, come potete leggere qui, a Ventimiglia per i migranti le frontiere sono ancora chiuse, e per questa domenica, 26 luglio, è in programma un un flash-mob, organizzato da Rete Solidale Sanremo, contro la chiusura del Campo Roja.

Questa sarebbe già un’ottima ragione per leggere il libro di Gabriele Proglio, ricercatore all’Università di Coimbra, che prende le mosse dal progetto Mobility of memory, memory of mobility: l’obiettivo è studiare, dal punto di vista della storia culturale e orale, i tanti confini del Mediterraneo, concentrando l’attenzione sulla mobilità e sul ruolo delle memorie.

Il volume, scrive Proglio, vuole essere per tutti. È una lettura consigliata, aggiungo, a tutti quelli che sono stufi di volgere altrove lo sguardo. La tentazione c’è, lo ammetto, sfogliando le pagine, perché dentro c’è così tanto dolore che a volte si fa fatica ad andare avanti. Il volume, infatti, è tanti volumi: un saggio, a tratti un diario, una raccolta di storie e testimonianze, un’antologia di riferimenti teorici per chi vuole approfondire. Le voci di donne, ragazzini, bambini, uomini, persone solidali e altre che inspiegabilmente vedono una netta distinzione fra un “noi” e un “loro” si intrecciano nel racconto di quella che a ragione l’autore definisce apartheid.

È tempo di guardarla, di leggere la storia del presente, anche se fa male, soprattutto se fa male perché ci chiama in causa, è inevitabile. E di ragionare sui confini, che non sono solo fisici ma fra la vita e la morte, fra la salvezza e la disperazione.

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