E se provo a dire che ho paura?

Io ho paura e fatico a dormire, di nuovo. Ho passato i mesi del lockdown a immaginare che al risveglio il cielo potesse essere diventato viola: la realtà aveva reso improvvisamente possibile qualsiasi assurdità. Un po’ come quando ci si sveglia il mattino dopo la morte di qualcuno a noi caro e ci vuole quel secondo per prenderne atto: lui o lei non c’è più. E ci ripiomba addosso il dramma. Questo 2020 ci ripiomba addosso cento volte.

E se ci dicessimo che abbiamo paura? Per noi, per i nostri figli ma soprattutto per i nostri genitori. Ma anche per i piccini che stanno imparando, mica come noi, che indossare una mascherina e stare a metri di distanza e aver paura che un altro ci contagi, o di contagiarlo noi. Sostanzialmente, che ammazzare i nonni potrebbe ucciderli se li si abbraccia o se li si vede a casa. Che abbiamo paura che sia l’ultima volta che vediamo gli anziani dietro al vetro delle Rsa.

Che il lockdown sia imminente, e che non serva, o non basti, come non è bastato il primo. Che il vaccino non arrivi in tempo. Per salvarci la vita o quella di un caro, o per salvarci il lavoro. Che la situazione si ripeta, che per i bambini diventi qualcosa con cui dovranno fare i conti nella loro esistenza. La scorsa settimana Prisca mi ha detto: “È iniziato il corso di teatro all’asilo. Ma tranquilla mamma, col distanziamento. Ci mettiamo tutti ad almeno un metro”. Che dolore, che coltellata. Ed è poca cosa, questa.

Per me adesso è venuto il tempo di dar voce alla paura più che alle recriminazioni, più che ai pensieri piccoli che sforno alla velocità della luce durante il giorno. Paura. Perché in fondo vi vedo più reattivi di me, più disinvolti: siete del partito delle mascherine, invitate anche gli altri a metterle, giusto, siete sicuri, seri, concreti, leggete i decreti, scrivete di aumento dei contagi, conoscete le opinioni dei diversi virologi e ne avete anche una vostra, concisa, ragionata. I sorrisi sui meme del secondo dopo il fatto, la frase, i meme tempestivi, precisi, immediati, eccellenti. Io indosso la mascherina, mi disinfetto le mani mille volte al giorno e nel frattempo ho tanta paura. Consulto il mio corpo di continuo per capire se mi sento bene, anche se ovviamente ho provato la febbre cento volte, non ce l’ho. Ma se l’avessi fra un’ora, oppure domani?

E se invece mi svegliassi e scoprissi che era solo un incubo? Che era tutto nella mia testa, il virus e le mascherine e i Dpcm e il sentirsi in colpa al pensare a quando gli amici venivano a casa. A quando la piccola poteva andare tranquilla a trovare i nonni, senza paura. A quando era tutto semplice. Prima. Prima del cielo viola, della didattica a distanza forzata, del lavoro “smart” (virgolette non per l’inglese ma perché proprio non lo è). Non è così, non lo sarà. Ma ci ho provato. A dar voce alla paura, a condividerla. Per smetterla per un attimo coi numeri, con i pensieri ragionati, con la concretezza di tamponi, mortalità, sperimentazioni. Perché adesso mi fanno semplicemente troppa paura.

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