Cosa hanno ancora da dirci le piccole donne

Non era facile riportare sullo schermo un nuovo adattamento di un classico della letteratura americana come Piccole donne. Il ciclo di romanzi di Louisa May Alcott, pubblicati tra il 1868 e il 1869, racconta le vicissitudini delle quattro sorelle March e della loro madre durante la guerra di secessione americana. Le ragazze dovranno affrontare nel corso della narrazione tutti i problemi quotidiani delle donne dell’800, dalla sfera matrimoniale all’indipendenza economica, mentre aspettano il ritorno del padre impegnato al fronte.

Da sempre amato dal pubblico, il romanzo è già stato adattato al cinema e in televisione innumerevoli volte, con risultati più o meno memorabili. In un momento difficile per il cinema Hollywoodiano, sempre più criticato per la mancanza di idee originali e per il ricorso smodato ai remake, il film di Greta Gerwig riesce a distinguersi per la propria originalità. Attraverso un attento lavoro di sceneggiatura, che si prende qualche libertà rispetto all’opera originale, la Gerwig è riuscita a parlare della condizione delle donne di oggi attraverso una storia ambientata a metà del 1800. Un’operazione di svecchiamento del libro della Alcott sicuramente ben riuscita, che vede al lavoro anche un cast e una produzione tutta al femminile. Le Piccole Donne di Greta Gerwig riescono ad essere delle eroine moderne, attuali e senza tempo, anche nel 2020.

A dare il volto alle quattro protagoniste del film un cast di eccellenza: Saoirse Ronan nel ruolo di Jo, Florence Pugh in quello di Amy, Emma Watson interpreta la sorella maggiore Meg, ed Eliza Scanlen la piccola Beth. Accanto a loro anche il premio Oscar Maryl Streep nel ruolo della vecchia Zia March e Laura Dern che interpreta la matriarca Marmee. Se le ambientazioni e i costumi sono tra le più classiche del genere, non si può dire lo stesso per i personaggi, rimodellati secondo le esigenze della regista, ma non snaturati nel loro messaggio di fondo. Il film non segue un andamento cronologico lineare, a differenza del romanzo, e si apre con una Jo già adulta che sta inseguendo il suo sogno di diventare una scrittrice e si mantiene da sola facendo l’insegnante a New York. A questo filone narrativo si alternano diversi flashback del passato, attraverso i quali vengono messi in scena i momenti salienti del romanzo cari ai lettori. Il Natale in casa March, il matrimonio di Meg e il rifiuto di Jo di sposare Laurie.

L’elemento forse più originale in questa trasposizione della Gerwig resta però l’aver dato voce alle idee e alle convinzioni più profonde della Alcott, attraverso alcuni aggiustamenti di trama. Jo è sempre stata l’alter ego della scrittrice, molti elementi della sua biografia rivivono anche nel personaggio. Nel film trovano infatti ampio spazio le difficoltà editoriali che la Alcott ha dovuto affrontare per vedere la sua opera pubblicata. Per accontentare il proprio editore, preoccupato che i romanzi potessero turbare gli equilibri sociali dell’epoca e dare un messaggio sbagliato alle giovani lettrici, decise di cambiare il destino di Jo. Anche la sorella ribelle alla fine cede alle lusinghe del matrimonio innamorandosi del professore di filosofia Fritz Bhaer.

Donando maggior contemporaneità allo sviluppo delle sorelle March e alla loro ribellione in un contesto storico diverso dal nostro, Greta Gerwig riesce a far percepire allo spettatore quanto queste donne siano rivoluzionarie e quanto abbiano dovuto lottare per affermarsi in un contesto rigidamente patriarcale. Una situazione ben nota anche alle donne di oggi. I tempi cambiano ma la pressione sociale esercitata sulla vita e sul corpo delle donne rimane la stessa. Alla luce del Me Too e delle rivendicazioni per la parità di genere, non ancora raggiunta dopo decenni di femminismo, questa chiave di lettura adottata dalla regista assume un’importanza diversa. Le donne hanno il diritto di affermarsi come individui autonomi e devono potersi affrancare, oggi come allora, dagli obblighi sociali se questo pregiudica la loro felicità.

Ma il prezzo e lo stigma che una rivendicazione del genere comporta resta la solitudine. E Jo esprime tutta la sua frustrazione con una battuta nel film: “But i’m so lonley”, per sottolineare come nell’America dell’800 le donne fossero definite solo dalla bellezza e dall’amore, e non dal loro talento e dalla loro intelligenza. Il film sottolinea con delicatezza questo dualismo: tra la paura di restare sole, e la voglia di affermarsi ed essere libere. Se nel romanzo anche Jo cede e si sposa, il finale del film sembra chiudere un cerchio. Greta Gerwig completa idealmente il lavoro della Alcott donando alla sua eroina il finale che la scrittrice avrebbe voluto mettere su carta, ma che non ha mai potuto realizzare per la mentalità dell’epoca. In una delle ultime scene Jo è fuori dalla tipografia, e mentre le rotative sono al lavoro, lei stringe tra le mani una copia del suo romanzo abbracciandola e guardandola come un figlio.