Injera, piatto della convivialità etiope

Impossibile dimenticarne il sapore, questa tipica pietanza del Corno d’Africa pretende d’esser ricordata. 

Ha un sapore leggermente acidulo, un aspetto che rammenta vagamente una grossa crêpe grigia, spugnosa, bucherellata, morbida, che si sposa benissimo con ogni sorta di cibo piccante. Piccantissimo. È l’injera. Tipica pietanza etiope, caratteristica dell’Africa orientale. Il suo gusto è insolito, talmente tanto che, a volte servono più assaggi per comprenderlo. E non esiste altro luogo in cui mangiarla. È, infatti, realizzata con un particolare cereale dai piccolissimi chicchi simile al miglio, chiamato teff, endemico degli altipiani dell’Abissinia, storica Etiopia. Le donne la preparano praticamente sempre. Imparano sin da bambine. L’impasto, privo di lievito, fatta eccezione per quello naturale presente nel teff, deve risposare per un paio di giorni. Viene poi deposto su una piastra circolare per la cottura. Una piastra ardente, dall’aspetto grezzo e difficilmente pulita.

È un’operazione che, nella maggior parte delle case etiopi, si pratica all’aperto in mezzo al cortile, tra capre e galline. A cottura ultimata, l’injera si nasconde sotto un leggerissimo coperchio ampio, realizzato con argilla, paglia e sterco di animale. Va servita fredda. È poi adagiata in una sorta di vassoio molto grande di cui occupa tutto lo spazio, all’interno del mesob, un colorato supporto di paglia intrecciata. L’injera funge, in pratica, da piatto essa stessa e ospita le altre pietanze. Wot, ovvero spezzatino di carne, verdure, uova, formaggio, pollo. Immancabili le salse speziate. La cucina etiope è un omaggio al peperoncino, al piccante. E l’injera “attutisce il colpo” inferto alle proprie papille gustative dalle infernali cremine color porpora. Di solito, viene offerta anche arrotolata, accanto alle varie porzioni di cibo. È un momento di comunione quello del pranzo, che inizia poco prima che l’injera sia servita, quando la padrona di casa o la cameriera porta a tavola una bacinella, una brocca con dell’acqua e qualche tovaglietta per le mani. Ci si lava per prepararsi al pasto. In alcuni casi, le mani dell’ospite vengono lavate da chi serve e, solo se questi è anziano, è bene alzarsi, durante il lavaggio, per rispetto. L’injera va consumata senza posate e tutti i commensali mangiano nel medesimo piatto. Ognuno stacca un pezzetto di injera, con una sorta di fazzoletto e, poggiando l’injera sulla carne già tagliata, la raccoglie tenendola stretta tra le dita. Assolutamente unte.


Storia di due gatti e della loro umana!

La pacifica convivenza umano-felina è basata su un principio tanto semplice quanto indispensabile: l’accettazione incondizionata, da parte dell’umano, di essere ospiti in casa propria. Ospiti del gatto o, peggio dei gatti che hanno scelto (eh si, perché scelgono loro) di vivere con noi! Una volta rassegnati a questa idea, tutto il resto vien da sé e ci si rintana in uno spazietto dell’abitazione, grati di poterne usufruire quasi del tutto. La condizione sine qua no è lo stato della pappa. Che dire, l’uomo si fa la cuccia. Il gatto la governa.

Umana: Ora di colazione. Lascio la mia tazza di latte freddo, incustodita, accanto al microonde per scaldarla, poi la mia baby gatta rossa di pochi mesi, mi distrae facendo qualche smorfietta delle sue e rotolandosi sul pavimento, così mi volto verso di lei. Grande errore! Dopo 3 secondi netti, alle mie spalle sento clap, clap… insospettita mi volto e… l’altro gatto, con i suoi 7 kg di pelo, bello come il sole, è saltato sul mobiletto, proprio quello accanto al microonde, ha infilato il suo musetto bianco e nero nella tazza e si sta scofanando, tutto soddisfatto, il latte! Sono quasi sicura che la gatta gli abbia fatto da palo!  

Gatto: Ora di pappa. Sempre ora di pappa. La mia umana è distratta e io ne approfitto. Lascia la sua tazza di latte freddo, incustodita, accanto al microonde per scaldarla. E adesso vado all’attacco, ma devo farlo con astuzia e velocità, altrimenti mi scopre e addio al misfatto. Ora corrompo quell’altra… quella piccola e rossa quadrupede che hanno portato a casa senza il mio permesso, dopo dieci anni di serena vita da solo. Già che c’è, meglio che dia una mano, almeno serve. Mi basta uno sguardo felino e il nostro piano strategico è già pronto anche se so che, poi le devo un favore. Lei attira l’attenzione dell’umana con qualche miagolio e, nel frattempo io, non proprio agilmente, viste le dimensioni da… come dire… diversamente magro, mi precipito sul mobiletto. Raggiungo la tazza accanto al microonde e… via verso la Via Lattea. Una leccata dopo l’altra e il mio muso è bello bianco. Poi l’umana si volta verso di me… Una sgridata, ma tanto a quelle ci sono abituato, e tutto è finito. Non il latte, però. Non ha voluto lasciarmelo. Dice che il medico le ha detto che mi fa male. Devo stare a dieta… ho le ossa un po’ grandi! 

Umana: Ho una gatta illetterata. E’ lì, sul davanzale in marmo della finestra, riscaldato dal termosifone sottostante e dal sole che filtra dai vetri, bella sdraiata quando, nonostante abbia tutto lo spazio possibile, visto che è minuta, decide che i libri che ho incautamente appoggiato proprio sul davanzale, non le garbino, magari non apprezza gli argomenti o le copertine non sono di suo gradimento… sta di fatto che, con un semplice, rapido gesto della sua zampina santa, li butta giù, dritti sul pavimento. Il tonfo mi fa sussultare, mentre lei, soddisfatta, è a pancia all’aria…

Gatto: La mia umana è sempre lì che legge, chiude e apre libri, ma poi perché, visto che non si mangiano? Ad ogni modo, stamane, dopo tanto correre su e giù per le scale (io tengo alla mia linea, mica come quell’altro coinquilino che occupa ¾ della nostra cuccia) decido di riposarmi. Ah, in fondo il riposo ammorbidisce il pelo, così mi sdraio sul davanzale che, non so perché d’inverno è bello caldo e d’estate si rinfresca, comunque sono qui comoda comoda, quando mi accorgo che le mie zampe posteriori poggiano proprio su una pila di tre libri. Ma dico, si lasciano i libri sul davanzale? Proprio dove voglio mettermi io? Direi di no, così pensando che anche lei, la mia umana che – in fondo diciamolo ha un debole per me – avrebbe voluto spostare i libri, l’agevolo. Un sol colpo di zampa e via… i libri sono sul pavimento. Che fragore (ho fatto le scuole alte, perciò non meravigliamoci se conosco certi termini)! Ma lei mica mi ringrazia del mio sollecito, né nota l’agilità con cui mi libero dei libri! No, lei dice solo: “Non si fa”. Lo dice spesso, ma non ho ben capito che significhi. Forse le piace il suono. L’importante è che io possa stendere le mie zampine su tutto il davanzale, senza fastidi!

Umana: Mattina. Sento un rumore che riconosco… è il mio gatto che, con i suoi 7, 8 kg di pelo e leggiadria, sta combinando qualcosa. Vado a controllare chiedendomi cosa abbia escogitato stavolta la sua mente felina instancabile… Lo vedo… è lì, felice come una pasqua che cerca di bucare la confezione di plastica delle sue crocchette! Ebbene si, dopo aver dimenticato l’anta aperta del mobiletto dove si conserva la sua pappa, lui, bello bello, ci ha infilato il muso, ha trascinato fuori la confezione (da 5 kg integra) per 4, 5 metri e si è messo d’impegno per aprirla bucandola con i denti, come ha già fatto una volta (è pure recidivo!). Sono arrivata prima che riuscisse nell’intento e quando ho ripreso possesso della confezione, mi ha guardata come per dire: “e allora? dovevi solo chiudere l’armadietto”. E… aveva pure già mangiato prima del “furto”!

Gatto: Che dire! ho ancora un po’ di fame, dopo la prima pappa della giornata. Si sa, devo crescere! Vado in dispensa, trovo, con mia sorpresa, il mobiletto dove si conserva la pappa aperto, anzi spalancato, ma la confezione di crocche è chiusa. Una situazione non facile, ma che io sono perfettamente in grado di affrontare, così, con i miei dentini affilati (tutto merito delle crocchette) trascino la pappa fuori dal mobiletto. La porto sul pavimento e mi metto d’impegno per aprirla. Eureka! La buco. Astuto come James Bond, scaltro come Arsenio Lupen! Ma, proprio sul più bello, quando sto per sbafarmi tutto quello che desidero (alla faccia della dieta e delle analisi del veterinario!) arriva lei! Solita storia. Rimprovero. Poi il “non si fa” e crocche chiuse sotto chiave!

Umana: Una sera, finita la cena, mi appresto a sparecchiare, lascio sul tavolo il mio piatto di brodo di carne e verdure (quasi vuoto) e mi volto verso il lavandino. Poi, con le spalle alla tavola, sento il consueto clap clap continuo, una specie di “risucchio con leccata”, mi volto ed… eccolo lì, con tutta la sua faccia tosta (pardon muso), il mio gatto, sempre con i suoi svariati kg di leggiadria e la pancia già piena delle crocchette, si sta degustando il brodo dal piatto e lecca, lecca, lecca… gli piace proprio… Ma dico io, pure il brodo gli piace? Va bene che poi fa tanta plin plin!

Gatto: La tavola dei miei umani è quasi vuota, ma i loro piatti emanano ancora un buon profumino. Il mio fiuto non m’inganna, sento della carne. Si, è vero, avverto pure la verdura, ma è alla carne che miro così, mentre l’umana è intenta a sparecchiare mi precipito sulla tavola. Con uno slancio incredibile, porta la mia pancia in dirittura del brodo. A dire il vero, il mio muso e mi ci fiondo dentro a pieni baffi. Certo, c’è ben poco nel piatto. Questi umani sono proprio ingordi! Ah, inutile dire che, appena l’umana se n’è accorta, mi sono sentito gridare il solito: “non si fa”, ma ormai era già fatto!

Umana: Colazione. Mangio yogurt alla frutta. In piedi, altrimenti i miei gatti, specie quello adulto che va per i 10 anni, mi salta sulle gambe e lo pretende. Adora lo yogurt. Una volta che il vasetto è vuoto, lui mi guarda con occhioni tristi e io, bipede impietosita, mi chino verso di lui e glielo faccio leccare. Infila il musetto nel vasetto e lecca. Lecca, si… ma, il musetto non raggiunge il fondo del vasetto di yogurt, così, stanco di farsi strada, senza successo, con il muso, infila una zampetta nel contenitore di plastica, la sporca ben bene del residuo dello yogurt e poi, tutto soddisfatto, se la lecca! Un genio del male!

Gatto: Eccola lì pronta a fare colazione. Parlo della mia bipede che stamane decide di concedersi uno yogurt. Dice che è per tenersi in forma… però alla mia forma non ci pensa abbastanza. Si, lo so, è una forma tonda, ma sempre forma è, no? Sta di fatto che io, dopo aver mangiato le mie crocche, ho proprio voglia di leccarmi quel vasetto. Ora mi metto davanti a lei, immobile, con lo sguardo tenerone e aspetto. Aspetto. Aspetto, ma qui aspetto ancora e lo yogurt sta finendo! Miaoooo, yogurt! Oh, pare che, finalmente mi abbia sentito. Si china verso di me e mi avvicina il vasetto. Era ora, mi ci tuffo dentro. Si, vabbè, tuffare magari no. Sti vasetti li fanno proprio così stretti, non entro con il muso e, allora meglio usare la zampetta. Insomma, w l’ingegno.

Umana: Terremoto. Ecco qui una scossa sismica. Trema la terra e all’ora x, quando, in teoria, gli animali dovrebbero avvertire il movimento del pianeta, agitarsi o mostrare ansia, il mio gatto, quello adulto, è a pancia all’aria, sdraiato sul davanzale della finestra, a godersi il sole che filtra… e quando, ad un certo punto, è scattato dritto in piedi, ho pensato… ecco ha avvertito il sisma… e invece, miagola dirigendosi verso la ciotola. Vuole mangiare… altro che scossa… con quella mica ci si riempie la pancia!

Gatto: Oddio, eccolo il tremore. Deve essere quello che chiamano terremoto e per cui si spaventano tutti, anche al più piccolo sussulto. La mia umana si aspetta che mi agiti, che lo preveda… ma mica sono Hudinì. Io le previsioni alla Nostradamus non le so fare e poi ho fame. Il terremoto passa, la fama resta! Quasi, quasi ora reclamo la pappa, meglio dirigersi verso la ciotola, così lei, invece di pensare alla scossa, capisce che è ora di crocche.

Umana: Notte. Avverto un rumore in cucina, la caduta del coperchio del bidone dei rifiuti e qualcuno che scava. Capisco subito! E’ lui. Il gatto di famiglia (l’altra, la piccola rossa dorme beata sul letto) che non è proprio un fiore di leggerezza, e cerca, in perfetto stile clochard, di rovistare tra i rifiuti (dopo aver mangiato la sua razione di crocche) per uno spuntino notturno! Troppo assonnata, rinuncio a verificare la situazione e torno a dormire. Dopo qualche ora, assalita dalla sete, vado in cucina e trovo sul pavimento – e pure in bella mostra – una busta vuota di formaggio grattugiato (scaduto e, quindi gettato) con quel po’ di formaggio rimasto, tutto sparso sulle piastrelle… L’epilogo è ovvio! Però deve averne mangiato poco. Non era parmigiano reggiano… e lui ha un palato troppo fine per accontentarsi di meno.

Gatto: La casa è immersa nel silenzio. Deve essere notte, quando tutti dormono. Chissà perché dormono solo di notte. Io, quando ho sonno, mi appisolo ovunque. Ho ancora un leggero languorino dopo la cena, quasi quasi mi dirigo verso quel secchio dove la mia umana getta cose che odorano di cibo. Si, si, ho deciso. Apro il secchio e sbircio dentro, magari c’è qualcosa di succulento. Scaravento sul pavimento il coperchio del cestino e inizio il mio lavoro di gatto-cercatore. Forse in un’altra vita facevo lo speleologo!  Uhm, c’è qualcosa… una confezione di formaggio, avverto l’odore. Annuso bene. Riannuso, sniffo, lecco. Ahi… stavolta non ha comprato quello buono, meglio lasciar perdere. Giro le zampe, me ne vado, preferisco dormirci su.

Umana: Mattina. Mi sveglio a causa di un rumore insolito. E quando in casa mia i rumori sono insoliti, vuol dire che qualcuno ci ha messo la zampa. Letteralmente. E quel qualcuno miagola, pesa tanto ed è peloso. Mi alzo e vado a controllare, già temendo il misfatto. Ed è lì. Il misfatto! Accanto al balcone a godere della luce solare e davanti a lui, miseramente a terra, terriccio e piantina. Ho collocato, su un piccolo ripiano, una bella pianta grassa in vaso per evitare che, d’inverno, all’esterno patisca il freddo, ma – ahime’ – non ho pensato che, all’interno, patisca il gatto che, non avendo il pollice verde (a dire il vero nemmeno il pollice), invece di lasciarla in pace, ha deciso di cambiarle posto. Con una zampata, l’ha scaraventata a terra. Povera pianta. Dopo averla soccorsa, ho deciso di metterla su un altro ripiano, stavolta in alto dove una zampa maldestra non arrivi!

Gatto: Ho voglia di un po’ di sole, mi appollaio accanto al balcone a godermi la luce e la giornata. Niente e nessuno mi può infastidire. Niente tranne quella pianta. C’è un vasetto con una strana pianta obesa… no, forse qui la chiamano grassa ma, secondo me solo per non offenderla, che mi fa un po’ di ombra e non è proprio il caso. Ora sai che faccio? La sposto! Si, si credo che il posto migliore sia un po’ più in là…

Umana: E’ venuta a trovarmi mia sorella. Lei, che non ama molto i gatti ed è pure allergia al loro pelo, se ne sta ben distante dai due padroni felini di casa. Lei sta distante, ma loro no! Loro sanno quando possono entrare in scena e dare il meglio di sé. E proprio quando mia sorella, povera incauta e ignara del suo destino, sta per entrare in una stanza, la gatta piccola e rossa, col suo musetto dolce che mai farebbe pensare ad una carogna in miniatura, si nasconde dietro la porta e quando la vittima prescelta passa… zamp… ecco che le salta al collo e le si attacca in faccia a mo’ di polipo! Risultato, mia sorella terrorizzata sternutisce scappando dalla gatta!

Gatto: Uhm, è arrivata un’altra umana, è quella che somiglia alla mia. Dice che hanno gli stessi occhi ma questa, però non mi riempie la ciotola, anzi quando mi avvicino a lei inizia a sternutire! È un po’ ridicola. Già che ci sono cerco di fare amicizia con lei, in fondo viene ogni tanto e la mia umana le vuole bene, posso anche fare uno sforzo, no? Vabbè, facciamo così, appena esce dalla stanza le salto in braccio per farle tante fusa, così è contenta. Eccola, sta per uscire. Pronti, partenza, viaaa… triplo salto con avvitamento e voilà.. Ops, ho sbagliato, sono atterrata sulla faccia, bè poco male! Ma non capisco, lei urla come una pazza, forse non apprezza gesti di amicizia. Se è così, perde lei! Questi umani… gli dai una zampina e si prendono tutto il resto.

Umana: Notte. Stanca, me ne vado a dormire sprofondando tra le braccia di Morfeo. Con la testa appoggiata sul cuscino e i capelli, lunghi, che scivolano sulla sponda del letto mi rilasso. Sono serena e addormentata. Va tutto bene, fino a quando, all’improvviso… eccola: una tirata di capelli in pieno stile. Eh si, perché la mia piccola gatta rossa, amante di tutto ciò che penzola, scopre ogni giorno un nuovo gioco e oggi è la volta del “dondolo tricologico”. Si appende, letteralmente, alle ciocche dei capelli quasi a voler imitare Tarzan quando afferra una liana!

Gatto: Notte, profonda e scura, ma io al buio vedo benissimo. Tutti quelli della casa stanno dormendo. Io passeggio. Finalmente, posso camminare da una stanza all’altra senza essere disturbata. Me la godo, quando noto la porta della camera da letto aperta, così entro e… guarda guarda che vedo… la mia umana è sdraiata sul letto con i capelli che le pendono dal cuscino. Deve averli lasciati lì per me. Che carina, forse ha pensato che, in tal modo io possa avere un supporto per raggiungere il materasso e accoccolarmi accanto a lei. Si, deve essere così e allora… mi tuffoooo… eccomi che inizio. Zampetta dopo zampetta, mi arrampico sui capelli e in uno schizzo sono già sopra. La notte, però è interrotta da un urlo agghiacciante. Il suo! Me ne vado sentendo la solita frase alle mie spalle: “non si fa”! ormai, è diventato un mantra.

Azzorre, "corrida ad ombrello" nel cuore dell'anticiclone

Nove isole oceaniche portoghesi, a metà strada tra l’Europa e l’America. Mitologici resti di Atlantide dove, oggi come nel 1500, si svolge la tourada a corda che non uccide i tori.

Un piccolo arcipelago di nove isole vulcaniche, a largo del Portogallo, a metà strada tra Europa e America. A quattro ore di volo dall’Italia, con scalo a Lisbona. Noto come il giardino dell’Oceano Atlantico. L’eden dell’anticiclone. Mitologica essenza di ciò che resta di Atlantide, il continente perduto.

Azzorre. Una sola parola per esprimere bellezza, natura e semplicità. Qui, i vulcani rappresentano il fascino di questa terra, ma anche il lato oscuro. Le varie eruzioni, i terremoti, sconquassano le isole mietendo vittime, senza però riuscire a placare l’animo forte e risoluto dei suoi abitanti.

Ed è così, che nel corso dei secoli, gli azzoregni restano ancorati ai loro scogli in mezzo alle onde oceaniche. Il terreno è fertile, reso tale dalla sua stessa origine vulcanica, i pascoli sono lussureggianti, i vigenti che producono vino rosso, detto tinto, sono circondati da recinti di rocce nere per preservarli dal vento.

Le strade sono costellate da miriadi di coloratissime ortensie, il fiore simbolo delle Azzorre. Questo è il luogo dove nascono i colori, luminosi, intensi, puri. Il verde delle pianure scivola fino all’azzurro delle acque dell’oceano. Il colore del muschio sugli alberi acceca di luce, le ninfee addormentate sui piccoli laghetti, sembrano gemme incastonate nel gioiello della natura.

Una delle isole più emozionanti è Pico con il suo panorama reso unico dallo svettante vulcano. E’ piccola, graziosa, pacifica, ordinata. Il tempo è scandito dalle ore dedicate al pascolo, alla pesca e all’osservazione della “montagna di fuoco”, alta oltre duemila metri.

Alcuni viaggiatori ne raggiungono la cima al mattino, quando è ancora avvolta da una fitta nebbia. La temperatura non cala quasi mai al di sotto dei quattordici gradi invernali e si assesta intorno ai ventisei, ventotto estivi.

In mezzo a tutto questo tripudio di secolare e immacolato incanto, gli isolani rispettano le loro tradizioni più antiche. Indipendentemente dal significato, spesso religioso, delle loro usanze, le feste sono sempre molto gioiose ed organizzate con profusione di fiori e di profumi.

Una delle più importanti, e sicuramente la più avventurosa, è la famosa “tourada à corda”. Tipica di Terceira, l’isola più occidentalizzata dell’arcipelago, ma non solo.

L’evento si svolge in strada e ha come protagonisti alcuni giovani e i malcapitati tori che, dubito molto apprezzino questo “gioco”. La tourada, regolata da rigide norme, risale al 1500 e la sua caratteristica principale è che l’animale non venga mai ucciso. Ogni manifestazione può presentare non più di quattro tori, ciascuno di almeno tre anni, e la competizione deve durare trenta minuti al massimo per ogni toro.

Gli attrezzi utilizzati non devono ferire gravemente l’animale che, in ogni caso, riceve cure   veterinarie. Per questo vengono usati solo degli ombrelli che, in ogni caso infastidiscono l’animale.

Tutto si svolge nella strada principale e in questo modo: il toro si trova inizialmente in una grande cassa di legno chiusa. Prima di liberarlo si spara un petardo, anche per avvisare gli spettatori di restare dietro le barricate di legno, disposte lungo i lati della strada.

Il toro è legato ad una lunga corda e un gruppo di uomini, attorno a lui, inizia questa sorta di gioco. I toreador – se tali si possono definire –  devono irritare l’animale e ci riescono molto facilmente, dimostrando, soprattutto alle ragazze, il loro coraggio e la loro abilità. Dubito che avrebbero successo così agevolmente se l’animale fosse libero.

Uno alla volta, i partecipanti infilzano gli ombrelli aperti nel collo del toro che, dimenandosi, cerca di liberarsi, mentre altri tengono la corda tesa in modo che non provochi danni scagliandosi ovunque.

E’ uno spettacolo crudo, pericoloso, sebbene l’animale non faccia la fine dei tori nelle arene spagnole. Un altro scoppio di petardo indica una breve pausa, durante la quale, tra l’incitazione generale, il toro viene sostituito.

Tutte le manifestazioni locali sono vivaci e alcune, come la tourada, chiassose, in netta contrapposizione con la quiete delle isole, ma tutto ciò rende le Azzorre un piccolo mondo misterioso da scoprire.